Come psicoanalisti attenti alla relazione tra l’individuo e il suo contesto, siamo interessati ad approfondire una letteratura che studi i cambiamenti sociali contemporanei e che si ponga domande in tal senso (leggi qui o qui).
In “Verso una psicoanalisi sociale” (Alpes, 2025) Lynne Layton, psicoanalista americana e docente presso l’Università di Harvard, propone strumenti interpretativi nella direzione di costruire una pratica clinica psicoanalitica che tenga insieme dimensioni individuali, culturali e politiche, per superare la scissione agita dalla cultura contemporanea che separa i soggetti dai loro contesti.
Tra i vari spunti interessanti presenti nel testo di Layton ci interessa condividere il contributo relativo alla defensive autonomy (autonomia difensiva) (Layton, 2025); ci interessa in particolar modo perché nel nostro lavoro clinico incontriamo quotidianamente persone che ci parlano di problemi legati a questo argomento.
Layton segnala un cambiamento culturale contemporaneo nel modo in cui le donne vivono la loro identità femminile e il rapporto tra affetti e lavoro, tra privato e pubblico.
Lo fa a partire dal raccontare uno scambio avvenuto durante una lezione universitaria, nel 1998. Layton condivise con le studentesse quanto sosteneva Nancy Chodorow1: “l’autostima delle donne deriva dall’identificazione e dal legame continuo con le loro madri e, quindi, dal valore del mantenimento del legame, dell’accudimento e della disponibilità emotiva. L’autostima degli uomini, (…) deriva invece dalla contro identificazione con le madri e con tutto ciò che la cultura considera femminile”.
Interessante è cosa Layton racconta a questo punto: “le studentesse cominciarono a parlare di come le loro madri, (…) le avessero avvertite di trovare un buon lavoro per non dover dipendere da nessun uomo”(Layton, 2025). Un suggerimento ben diverso di quello che si sentiva in un passato non troppo lontano, quando alle donne si suggeriva di “sistemarsi” trovando un “buon marito”.
Come interpretare questo cambiamento? Di quali movimenti culturali e politici è indizio?
Layton ci aiuta a ritessere il legame tra problemi individuali e contesto culturale e politico; definisce autonomia difensiva l’esito di una cultura, quella neoliberista, che nega la legittimità del bisogno di dipendenza dai rapporti e promuove una dipendenza dall’approvazione altrui: bisogna apparire autosufficienti, performanti, mai bisognose — mentre, allo stesso tempo, la fame di riconoscimento si fa più acuta.

Cos’è l’autonomia difensiva?
Per Layton “è un’autonomia non molto autonoma” (Layton, 2025): quella che viene riconosciuta come indipendenza è spesso un compromesso difensivo, costruito per evitare la vergogna di dipendere.
L’autonomia difensiva diventa una chiave utile per leggere i cambiamenti nell’identità femminile degli ultimi decenni. Dagli anni Sessanta in poi, la cultura occidentale ha chiesto sempre più alle donne di essere anche indipendenti, di avere non solo un lavoro ma anche una carriera. Il problema, nota Layton, è che il modello di autonomia “disponibile” per rispondere a questa richiesta era quasi sempre quello maschile, ovvero un modello che non integra relazioni affettive e realizzazione professionale.
Così molte donne si sono trovate a identificarsi con il mito di un’autonomia scissa dal rapporto, vivendo relazioni affettive e realizzazione professionale come due binari che non si possono percorrere insieme, e sperimentando il proprio bisogno dell’altro come una minaccia o con senso di inadeguatezza. Troviamo indizi di questa cultura anche nell’immaginario culturale pop: pensiamo ad esempio a quante narrazioni televisive e cinematografiche raccontano donne di successo con difficoltà nella vita affettiva2.
Al contempo, il mito della “donna indipendente” può essere vissuto come minaccioso per l’identità maschile, traducendosi in agiti di violenza.
L’autonomia difensiva è dunque una forma di “autosufficienza” a tutti i costi, costruita come difesa: un vissuto in cui i desideri di stare in rapporto, di cura e di dipendenza dall’altro vengono scissi e svalutati, mentre l’autonomia – intesa come controllo, performatività, indipendenza dagli affetti – viene vissuta come la finalità dalla quale dipende il proprio valore. Un’autonomia che sembra corrispondere alla patologizzazione del desiderio di stare in rapporto.
“Vorrei riuscire a farcela da solo/a”, “vorrei farcela per me stesso/a” “devo stare bene con me stesso/a”: sono frasi che sentiamo spesso pronunciare in psicoterapia, a prescindere dal genere in cui ci si identifica. La cultura contemporanea propone, non solo al genere femminile, una prescrizione verso un’autonomia a tutti i costi: il desiderio di stare in rapporto sembra essere una prova di inadeguatezza, o sembra desiderabile accrescere la propria capacità di liberarsi dai rapporti, talvolta chiedendo alla terapia una mano in tal senso.
La prospettiva di Layton suggerisce, dunque, di assumere una posizione interpretativa che tenga conto delle dimensioni politiche che continuamente “entrano” nella storia degli individui definendone desideri, sofferenze, difese.
Verso una psicoanalisi sociale
Il lavoro di Lynne Layton, psicoanalista americana, è raccolto nel volume Verso una Psicoanalisi Sociale (Alpes, 2025), tradotto da Fanny Guglielmucci, un testo al centro di un percorso di formazione di SPCC Società di Psicoanalisi delle Culture e della Convivenza a cui stiamo partecipando con grande interesse.

